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Un sogno folle chiamato Valentine

Alice - H. Domianedi Rosso Peter

Sera di Ottobre, in uno chalet di collina

mio dolce e folle sogno,
Forse ti sembreranno stupide queste righe, e forse lo sono davvero. Ma adesso voglio scriverle. Capita anche a te il sentire una sorta di forza inspiegabile che ti fa vergare parole su parole, scorrerle su un foglio, con l’irruenza di un fiume in piena?


Ho guardato fuori dalla finestra attraverso i vetri, screziati dalle goccioline fini e costanti.
Adagiati sulla branda i flaconi di profumo, oli alle essenze esotiche e le creme alle erbe che ti sei lasciata spalmare su tutto il corpo ieri sera. O forse la sera prima. Non ricordo. Ricordo poco di noi. E forse non ricordo affatto. Forse immagino. Forse vivo un sogno. E gli ho dato il tuo nome, Valentine.
Il vento forte di questi giorni pare placarsi. Dopo aver scosso la natura ora le regala soffi leggeri e frizzanti, e cede il passo ad una fresca pioggerella.

Il tuo passaggio, qui, ammesso sia mai avvenuto, mi ha lasciato nell’anima quegli stessi brucianti rossori che procurano certi schiaffi sul volto, che ti fan girare la faccia e scompigliare i capelli. Quella stessa mano poi sa sfiorarti la guancia con delle morbide carezze.
E chi ha provato simili esperienze sa quanto sia amara la saliva che rimugina in bocca dopo il ceffone, insieme alla voglia repressa di reagire.
Isolati pure… stammi lontano, se pensi basti a rimettere le cose a posto. Ad acquietare la passione che ci portiamo dentro, pronta a ribollire come lava in un vulcano quando ci sfioriamo.
Non ti ho mai cercata. Ho solo chiuso gli occhi, ad un certo punto della mia vita, ed ho sentito delle labbra posarsi sulle mie. E se avessi saputo allora cosa avrebbe portato quel bacio, non li avrei mai chiusi.

Le dita si addentrano nel folto dei capelli. Un lungo sospiro e mi siedo sulla brandina verde militare dove… abbiamo… fatto… o avremmo…
Lentamente prendo una boccetta d’olio brunastro e denso, lucido e profumato. Sul cappuccio e sul vetro la sostanza oleosa, segno dell’uso. Lo avvicino al viso e annuso poi chiudo gli occhi, stordito, come la prima volta. Come giurai che non avrei dovuto più fare.
Quell’olio era sul tuo corpo. Il mio affonda sullo strato di lana. Ti avvicini. Non vedo, ma sento. I miei battiti, i miei respiri, il pulsare dei tuoi. Il calore della tua pelle, che immagino bianca sottile delicata come quella delle fate dei boschi, l’odore della carne e l’attrazione delle mie labbra sul tuo ombelico e gli arabeschi che la punta della lingua vi disegna intorno ed il vibrare del ventre al mio tocco. L’olio versato sulle tue dita dopo il bagno caldo. Le creme ed i massaggi sulla schiena. Le mie mani, forti, sui tuoi fianchi. Cingono e spingono il grembo contro i miei baci… e poi fu nulla.
Fantasie? Libere e ardite? Sogno? O il delirio della notte passata ed il suo fruscìo tra i rami scheletriti, oltre la finestra.
Le mie dita a palpare avide i tuoi seni, delicati e tondi come le primizie dei frutti in Estate. Un capezzolo pizzicato dolcemente tra i denti, mentre più marcato è quello che infliggi al tuo labbro inferiore a segnare il piacere che sale lungo un corpo inarcato, reale o immaginato che sia.

Non voglio che te ne vada. Voglio capirti… provarci, o perdermi tra i tuoi intricati pensieri.
Avevi ragione sai? La sera che ci incontrammo in quel Bar, appoggiati al balcone, immersi tra fumi, aromi e musica. Quella sera umida e fredda, scandita da bicchieri pieni e da mezze risposte.
“Tutti guardano… ma nessuno sa vedere”. Sussurrasti. Hai fatto camminare le punte di indice e medio, sulla superficie liscia e laccata, fino a toccare le mie, strette al bicchiere. I tuoi occhi mi hanno fissato con insistenza, fino a farmi cedere e lasciarti incontrare i miei.
Da allora a quell’incontro abbiamo sempre preferito sottrarci. Da allora solo sesso. Il pullover sollevato ed i baci e morsi sull’addome, il bottone che salta, i jeans che si aprono e la cappella rossa ingoiata dalla tua bocca. In un ripostiglio nel retro dello stesso bar, nella stessa sera, la tua schiena attaccata alla parete in cartongesso, i sussulti del tuo corpo spinto dai colpi del membro carnoso e pulsante. Le gambe avvinghiate ai miei fianchi, le labbra incollate tra loro, le lingue che saettano e si dibattono sfregandosi umide e magnetiche. Un insieme frenetico di soffi, sospiri spezzati, brama e avidità.
Il desiderio di entrare dentro te più forte della voglia di scappare. “Nessuno sa vedere”, pochi sanno sognare. Ed il tuo sapore rimase a lungo nella mia bocca, nel sesso, sulla pelle. Senza riuscire a riconoscerlo, a distinguerlo da quello di una bocca, di una pelle, di una scopata qualsiasi. Di una donna o di un fantasma, di una carne toccata, penetrata, vissuta… o di un inganno teso da una tela fatta di solitudine e follia.
Il mio silenzio è frastornato da tanti pensieri. Da tutto quel che vorrei dirti ma che, se fossi qui, inevitabilmente uscirebbe impacciato dalle mie labbra.

La pioggia smette di scendere. Le brezze alitano sul costone della collinetta. Una folata più marcata delle solite mi desta da un armonioso incanto fatto di pensieri irreali. Il vento si rinforza. Mi avvicino alla grossa porta di legno, la apro e mi soffermo sulle pendenze che si ammorbidiscono fino a scomparire nella cappa densa e scura della città, il guscio fumoso che ti separa da me, dal mio sogno.
Faccio un passo indietro, lascio la porta socchiusa. Mi volto ed arrivo fino al grosso camino in pietra e malta.

“L’odore della legna bruciata, il crepitare del ceppo di faggio divorato dal fuoco pare il lamento di chi si lascia consumare da un crudele ma irrinunciabile godimento. I monconi anneriti e scavati dalle fiamme. Il vigore della natura ridotto in cenere. Volute di fumo che salgono contorte e compatte per poi disperdersi una volta uscite.
Tutto questo ridesta in me il ricordo di un tuo arrivo, trafelata ed inquieta; il viso minuto e velato da quel pallore irreale, di un essere che sa di indifeso e di magico allo stesso tempo. Il respiro affannato, i capelli bagnati e appiccicati alla fronte e sul collo.
La notte ti spinse contro la porta, le pareti accolsero e protessero la tua fuga. I vestiti inzuppati gocciolavano sul pavimento, in breve una chiazza scura si era formata intorno ai tuoi piedi.
Non feci domande. Non chiesi nulla, era la nostra regola. O meglio, era la regola imposta da te. Eri entrata e avanzasti fermandoti in mezzo alla sala. Immobile. Lo sguardo fisso in avanti. La luce della fiamma luccicava sul tuo viso bagnato. Non hai detto una parola. A testa bassa aspettavi una mano, e quella mano sfiorò la tua, stretta in un pugno, nervosa e tremante. Si aprì come un bocciòlo, le dita si distesero permettendo alle mie di intrecciarsi.
Era sempre stato così tra noi, tutto in silenzio. Come se l’essenziale fosse il contatto dei sessi, i respiri e lo sfregarsi della pelle. Ed in silenzio ti levai gli abiti lasciandoli cadere a terra. In silenzio sfilai i miei ed iniziai a far scorrere le dita sul tuo corpo. Gocce d’acqua correvano dai capelli, alcune scesero rigandoti il collo e raccogliendosi sulla punta del capezzolo. Lo baciai e camminai con le labbra lungo i seni, affondai il viso nel solco e li spinsi contro le guance. Mi inginocchiai e presi a baciarti la vulva mentre le dita ti palpavano la schiena arrivando ai glutei. Scostai i vestiti afflosciati e fradici e ti tirai lentamente verso me. Eravamo stesi sul pavimento, era come se la luce ed il calore del fuoco alimentassero i nostri corpi. O come se fosse esattamente il contrario e la nostra passione bruciasse fino al focolare. Nella penombra della sala la pelle si tinse del colore delle fiamme. Ti sedesti sul mio bacino iniziando ad ondeggiare, le tue mani premute sugli addominali per dare più raggio all’inarcarsi della schiena, le mie ben salde alle natiche a spingerti e farti entrare fino in fondo l’asta. Il tuo scrigno si apriva facendo risplendere un tesoro intriso di sapori e odori che colavano lungo le membra bollenti. Fu all’apice del piacere che svanisti; l’orgasmo si compì mentre il tuo corpo flessuoso e liscio si dissolveva in una bruma selvaggia. L’ennesima fuga che mi lasciò di te soltanto gocce e odore sulla pelle. Guardai le dita. Erano bagnate, me le passai sulle labbra.

Il fuoco è quasi spento, ridotto a linguette azzurro pallide. Mi abbasso e prendo l’attizzatoio. Sposto della legna che, appena mossa, viene lentamente avvolta da una fiamma che si rigenera ed inizia a scoppiettare.
Sento un cigolìo alle spalle. Non mi giro. Potresti essere tu. E regalarmi un altro sogno, un’altra follia.

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